Un esperimento di fascinazione istantanea di Donato non pianificato. Fu un’irritazione. Era il Barone Alfred d’Hont, trentenne, in un caffè belga. Un avvocato voleva ridicolizzarlo. Quello che successe dopo cambiò la storia del magnetismo e dell’ipnosi.
Cosa è la fascinazione istantanea? La scena è in un caffè di Liegi, una sera del 1874. Un giovane avvocato di nome Cudell sta parlando ad alta voce. Sta dicendo che la fascinazione ipnotica non esiste, che è ciarlataneria, che l’uomo che sta seduto poco distante è un buffone.
Quell’uomo è il Barone Alfred d’Hont. Trent’anni dopo gli americani lo conosceranno semplicemente come Donato. Quella sera del 1874 nessuno sapeva ancora chi era.
Donato lo racconta lui stesso, sedici anni più tardi, sul Cosmopolitan Magazine di New York. È un testo poco letto perché in inglese mentre la maggioranza delle persone cerca testi su Donato in francese — lo scrisse per il pubblico americano dopo le sue dimostrazioni al Chickering Hall. Vale la pena restituirgli la parola direttamente:
«Una sera a Liegi, nel 1874, in un caffè, sentii un giovane avvocato — M. Cudell — che negava il mio potere e cercava di rendermi ridicolo. Indignato e furioso mi posi davanti a lui, e senza spacconerie ma con una profonda convinzione gli annunciai che con un solo sguardo l’avrei fatto cadere all’indietro. La mia audacia paralizzò la sua mente e cedendo al potere della mia volontà rotolò immediatamente a terra.»
Notate cosa Donato sta dicendo, e cosa non sta dicendo.
Non sta dicendo di aver eseguito una tecnica. Non parla di passes magnetiche, di fluido, di concentrazione sui chakra, di nessuno degli stereotipi che ci aspetteremmo. Sta dicendo che era indignato e furioso, che si è messo davanti all’avvocato senza spacconerie ma con una profonda convinzione, e che l’avvocato è caduto.
Poi aggiunge — e questa è la frase chiave dell’intero articolo Cosmopolitan, una di quelle frasi che andrebbero ricopiate a mano:
«Sono rapido, ardente, impetuoso all’eccesso. È a questi difetti naturali che devo la mia scoperta.»
La fascinazione, per come la tratta Donato, è più di una tecnica appresa anche se anche lui si inserisce in una tradizione di uso dello sguardo. È un temperamento usato bene. È quello che succede quando una persona con la mente compattissima si pianta davanti a un’altra persona con un’intenzione chiarissima.
Quando incontrai per la prima volta il metodo di Donato non avevo trent’anni e fu con Virgilio che anche lui ipnotizzava in pochi secondi. In realtà il vero successore certo di Donato con cui lavorai anche era il Prof. Erminio di Pisa, ma Virgilio in realtà aveva il metodo cristallino oltre ad una serie di esercizi interiori di rafforzamento. Erano gli anni in cui in Italia si parlava di PNL come fosse arrivata da Marte, e di “rapport” come se fosse una formula. Trovai casualmente un libro del Prof. Erminio Di Pisa, Ipnomagnetismo Pratico che parlava di Donato. In seguito proprio per questo lo conobbi e cominciò una ricerca sulla fascinazione che durò anni.
Il problema dei testimoni
Ovviamente molti leggono. Quando una storia è così bella, l’idea che basti uno sguardo per ipnotizzare, il primo sospetto è che sia inventata. Ma i testimoni sono centinaia. Donato fascinava regine, principi, ufficiali della scuola di guerra di Torino. Nel 1881 a Parigi fascinava le amiche di Sarah Bernhardt. Nel 1887 a Ostenda dava una seduta privata per la Regina del Belgio davanti a tutta la corte. Pubblicava un giornale, Le Magnétisme, in cui raccoglieva sistematicamente le testimonianze dei soggetti.
Tutto bellissimo ed anche i medici dovettero ammetterlo.
Nel 1884 — esattamente dieci anni dopo la sera di Liegi — un medico francese si decise a verificare la cosa fino in fondo. Si chiamava Brémaud, era medico della Marina, e aveva assistito a una seduta di Donato a Brest. Brémaud non si fidò. Volle riprodurre tutto da sé.
In quattro mesi ipnotizzò un centinaio di soggetti, sessanta dei quali erano già passati da Donato, e quaranta che non avevano mai sentito il suo nome. Portò i risultati alla Société Historique e alla Société de Biologie. Aveva tre obiettivi dichiarati: scagionare Donato dall’accusa di usare complici, dimostrare la realtà dei fenomeni, e — questa è la parte che oggi è interessante — controbattere Charcot dimostrando che i fenomeni della fascinazione si riproducevano su soggetti sani, non solo su isterici.
L’esperimento II è quello che racconta meglio cosa succede al corpo:
«M.Z., ventitré anni, sanguigno e forte. Guardo profondamente, all’improvviso, molto da vicino il giovane uomo, ordinandogli di guardarmi con tutta la forza di cui è capace; l’effetto è folgorante, il viso diventa rubicondo, l’occhio è spalancato, le pupille dilatate, i vasi della congiuntiva hanno subìto una dilatazione considerevole, il polso da settanta sale a centoventi.»
Polso che passa da 70 a 120 in pochi secondi. Pupille dilatate. Vasi della congiuntiva dilatati. Brémaud sottolinea che questi sono segni impossibili da simulare. Un attore può fingere lo sguardo perso. Non può far accelerare il proprio cuore di cinquanta battiti su comando, e non può dilatarsi le pupille a richiesta.
Brémaud nota anche un dettaglio che dice molto sul tipo di “trance” in cui si trovavano i soggetti. M.Z., una volta tornato in sé, gli riferì «di aver avuto coscienza di tutta questa scena, ma di essere stato incapace a manifestare la propria volontà; si sentiva legato al mio sguardo da un legame più forte di se stesso.»
Non era addormentato. Era pienamente cosciente, e non poteva muoversi.
Quel “non poteva muoversi” è quello che oggi, per chi conosce un po’ di Polyvagal Theory, comincia a fare un certo rumore. È letteralmente la descrizione di uno stato dorsovagale di freeze in qualcuno che, nel resto del sistema, è perfettamente sveglio. Ma di questo magari un’altra volta.
Torino 1886: trenta ufficiali interpretano Garibaldi
C’è un episodio del testo Cosmopolitan che vale la pena richiamare perché spiega cosa la fascinazione non può fare. Donato è a Torino, alla scuola di guerra. Gli portano un centinaio di giovani ufficiali. Ne fascina trenta:
«Li feci eseguire i loro esercizi militari e partecipare a combattimenti immaginari. Suggerii a uno che era Garibaldi ad Aspromonte; a un altro che era il generale comandante della scuola, ecc. Assunsero il portamento, i gesti e le voci, e recitarono perfettamente i ruoli dei personaggi che rappresentavano.»
Poi aggiunge una limitazione tecnica importantissima:
«La fascinazione, come l’ipnotismo, non può dare a nessuno la conoscenza dell’ignoto.»
I trenta ufficiali interpretavano Garibaldi perché lo conoscevano. Avevano dentro di sé un’immagine di Garibaldi pronta a essere recitata. Donato non ce la metteva. Donato accendeva il proiettore.
Questo dettaglio è importante perché smonta tutta una mitologia sull’ipnosi che continua ancora oggi: che si possa “programmare” qualcuno con suggerimenti che non corrispondono a niente nel suo bagaglio personale. Non si può. Quello che si può fare è togliere l’inibizione corticale e lasciare emergere quello che già c’è.
La controversial take, sessantotto giudizio personale
Oggi nei corsi di NLP/PNL si insegnano “tecniche di rapport” che richiedono trenta secondi di sintonizzazione, mirroring, calibrazione, follow-and-lead, ancoraggio. Tutto giusto, tutto utile, tutto lentissimo rispetto a quello che faceva un belga del 1874 in un caffè per indignazione personale e che io ho sviluppato in questi anni dopo l’incontro con Virgilio. Quello che la PNL fa in trenta secondi al meglio, Donato lo faceva in uno sguardo perché non sapeva che fosse difficile. La cosiddetta “fascinazione diretta” del Paret Method non è un’invenzione mia: è la riscoperta di una abilità eccezionale che esisteva nel 1874 e che è stato dimenticato perché non si presta a essere venduto in DVD a 397 dollari. Funziona solo se l’operatore è realmente compatto e presente. Non c’è scorciatoia. Donato lo sapeva, Di Pisa lo sapeva, e chi insegna oggi onestamente lo sa.
Quello che Donato sognava
L’articolo Cosmopolitan si chiude con un paragrafo che andrebbe inciso da qualche parte. Donato cita Victor Hugo:
«Una grande scoperta nel dominio così poco esplorato del mesmerismo ci riserva forse la suprema manifestazione dello spirito scientifico del ventesimo secolo. Come scrisse Victor Hugo in un sublime verso: ‘Il reale è stretto, il possibile è immenso.’ Lavoriamo dunque senza vacillare per rimuovere i limiti del reale e raggiungere i limiti del possibile.»
Il ventesimo secolo gli ha dato torto. Non c’è stata nessuna grande scoperta nel dominio del mesmerismo. C’è stato Freud, c’è stato lo strutturalismo, c’è stata la psicoterapia cognitiva, c’è stato il behaviorism. Della fascinazione si è perso il filo. Il barone D’Hont morirà nel 1900 e con lui sparirà una tradizione che solo qualche italiano testardo — Caravelli, Di Pisa, e in tempi più recenti chi scrive — terrà in piedi nei corsi tenuti in stanze piccole con poche persone, fuori dai radar accademici anche se recentemente sono stato chiamato in Università statali proprio per la novità che portavo (vedi testimonianza dal congresso di Oradea).
Forse questo è il momento in cui rimettere il filo a posto. Il polso che passa da 70 a 120 in pochi secondi era un dato sperimentale nel 1884. Oggi sappiamo persino perché lo fa. Ma per capirlo bisogna prima ripartire da una sera a Liegi nel 1874, e da un avvocato che cadde all’indietro per uno sguardo.
Le fonti citate in questo articolo sono tutte verificabili nell’archivio ISI-CNV. La rivista Le Magnétisme di Donato (1880-1886) è conservata in formato digitale presso l’archivio della scuola. L’articolo di Donato sul Cosmopolitan Magazine (c. 1890) è stato tradotto integralmente in italiano. Per chi voglia approfondire i 4 esperimenti del dott. Brémaud (1884), il testo originale è disponibile presso la Bibliothèque Nationale de France.
— Marco Paret