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La crisi mesmerica: quel che accade quando il corpo lascia andare

Molte persone si portano addosso un peso da anni, a volte da una vita intera. Lo si vede nelle spalle contratte, nella gola che si chiude, in quella tensione sorda che accompagna ogni giornata. Il corpo si è irrigidito per proteggersi, e ha dimenticato come si fa a lasciar andare.

Nel nostro lavoro incontriamo ogni giorno persone che arrivano con questa corazza invisibile.

Una tensione alla spalla che non passa, un nodo allo stomaco che torna ogni volta che si ripensa a una certa conversazione, una stanchezza sorda che nessun esame spiega fino in fondo: sono i blocchi che ci portiamo da anni, a volte da decenni. È a questi che la crisi mesmerica si rivolge.

Che cos’è la crisi mesmerica

La crisi mesmerica è una tecnica che permette di affrontare problemi che una persona porta con sé da anni, attraverso il rilascio fisico. Nella Scuola del Prof. Dr. Paret è insegnata come un processo preciso e profondo, che permette veramente di liberare.

Come mai la reazione fisica può dare questi risultati? Usiamo la lente della teoria polivagale[1].

«Il sistema nervoso valuta continuamente il rischio nell’ambiente senza che ne siamo consapevoli: è ciò che chiamo neurocezione
— Porges S. W., The Polyvagal Theory, W. W. Norton, New York 2011[4]

Ognuno di noi ha un sistema nervoso autonomo, che gestisce la sicurezza e il pericolo. Quando viviamo un’esperienza troppo grande, che in quel momento non possiamo sopportare, il sistema si blocca. Il respiro si fa corto. Le spalle si irrigidiscono. Questa reazione di blocco è gestita dal ramo dorsale del nostro sistema nervoso autonomo, il più antico e profondo. Il corpo dice: “Fermo tutto, adesso sentire è troppo”. La gola si chiude. Gli occhi si svuotano. Una fascia continua stringe il petto e la mandibola. Ma il ritmo esiste ancora, solo che è coperto. Che cosa possiamo fare noi? Accompagniamo quel segnale a farsi sentire, creando le condizioni perché il corpo riprenda il suo ritmo naturale.

«La sicurezza non è l’assenza di minaccia: è la presenza di connessione.»
— Dana D., The Polyvagal Theory in Therapy, W. W. Norton, New York 2018[6]

Per questo è necessaria l’ipnosi, e soprattutto l’ipnosi non verbale, che lavora sul corpo, la parte più profonda di noi stessi. Tramite l’ipnosi riduciamo il controllo riflessivo e la censura razionale, e creiamo le condizioni perché il corpo possa esprimere ciò che trattiene. La mente razionale smette di controllare, e il corpo finalmente può fare ciò che sa fare.

Perché le parole da sole non bastano nelle cose profonde

Nel nostro lavoro le parole servono a orientare, a spiegare, a dare fiducia prima di cominciare.

Quando la ferita è profonda, raccontarla significa riviverla. Per questo non chiediamo il racconto. Mentre la voce racconta, il corpo rivive la scena: il respiro si accorcia, la gola si stringe, le mani si chiudono. Più il racconto si ripete, più quella traccia si scava.

Per questo partiamo invece dal corpo. Il corpo è la base del nostro lavoro: il blocco si è formato lì, e lì si scioglie.

Pensateci: quando una persona racconta un episodio doloroso, paura, rabbia, tristezza tornano a galla. Cento racconti, cento irrigidimenti. Le parole possono diventare una gabbia.

Nelle cose profonde, dobbiamo andare sul non verbale. Il nostro approccio può essere utile anche a medici, psicologi e a molte professioni di aiuto. Il sistema nervoso autonomo gestisce le risposte: il ramo ventrale favorisce connessione e calma, il dorsale porta all’immobilizzazione, il simpatico attiva la difesa. Noi usiamo il corpo per riattivare il ramo ventrale, quello della calma. Così la persona ritrova sicurezza e presenza.

E allora, che cosa resta quando il corpo si è chiuso?

Il ruolo della fascinazione

Come si riapre quel varco? La fascinazione è uno stato particolare, che facilita il nostro lavoro. Portare attenzione allo sguardo e alla mente conduce la persona in una profonda ricettività. Da qui nascono le tecniche di fascinazione che insegniamo. La teoria polivagale descrive tre risposte: ventrale, simpatica e dorsale. Da quando la usiamo osserviamo più crisi, riducendo la censura razionale e rendendo la persona più libera.

La fascinazione può amplificare le crisi. Noi riduciamo il controllo riflessivo e la censura razionale. La persona si libera. Il corpo risponde prima della mente. Un tremore sale dalle mani. La voce cambia. Le lacrime arrivano senza preavviso. Poi il respiro si fa profondo. In quel momento il la reazione arriva da sola, senza parole. La censura tace. Il controllo cede. E la persona si lascia andare.

Il corpo riceve il permesso di fare ciò che sa fare, e le mani tremano da sole. Il respiro si allarga senza sforzo, le spalle scendono, un calore sale lungo la schiena. In pochi istanti avviene la liberazione totale. Per la persona è una trasformazione completa: vediamo cambiare espressione, postura, energia in pochi minuti. Il viso si distende, gli occhi tornano lucidi. Risultati sorprendenti.

«Poi può avvenire anche in pochi istanti la liberazione totale, e questa liberazione totale rappresenta una trasformazione totale per la persona.»

— Prof. Dr. Marco Paret, insegnamento orale

Il magnetismo di cui la crisi è la manifestazione visibile ha in realtà due forme, una fisiologica e una relazionale: le approfondiamo in Le due forme del magnetismo.

Che cosa accade nel corpo, dopo la catalessi

Per capire la crisi, parliamo di ciò che viene prima. Nella mappa polivagale, la crisi segue uno stato di catalessi. La catalessi è uno stato di blocco. Il corpo appare congelato e immobile. Le mani restano ferme. Il respiro diventa superficiale. Gli occhi sono fissi. Le spalle si contraggono verso l’alto. Questo blocco rappresenta il vissuto accumulato. Si sente una pressione nel petto e nella gola. Il sistema nervoso autonomo attiva il ramo dorsale, che governa lo spegnimento. È una risposta di conservazione: il corpo rallenta, gli occhi si abbassano. Il ramo ventrale regola la connessione: è il circuito della sicurezza. Quando manca, subentra il congelamento. Il sistema simpatico prepara alla fuga, ma qui non c’è via d’uscita. Il corpo sceglie l’immobilità: i muscoli si fanno pesanti, le gambe cedono. La teoria polivagale offre una chiave di lettura per questa sequenza. Il blocco protegge, non è debolezza: è sopravvivenza. Il nostro lavoro osserva questi segnali. La persona vive la catalessi come un muro: il respiro si ferma, le mani si serrano. Noi la aiutiamo a riconoscere il passaggio. La crisi arriva dopo quel silenzio. Il corpo cerca una via di scarico. Ecco perché guardiamo prima al blocco.

«L’immobilizzazione può avvenire in sicurezza, senza paura: è la condizione dell’intimità e della guarigione.»
— Porges S. W., The pocket guide to the polyvagal theory, W. W. Norton, New York 2017[5]

Noi vediamo la catalessi come rappresentazione del problema della persona. La crisi è la rappresentazione della soluzione. Il corpo della persona rivive il blocco. Questa volta lo attraversa e lo supera: antecedente chiaro. È un processo fisiologico e naturale. Noi creiamo solo le condizioni perché avvenga: il corpo fa il resto. Nella crisi, il ramo ventrale riprende il controllo: la sicurezza torna. Il corpo può scaricare la tensione in modo sicuro. Noi non forziamo nulla. Noi offriamo uno spazio protetto.

«Di casi ce ne sono tanti: persone che raccontano vicende che non possiamo menzionare, e che a un certo punto si liberano da pesi che tenevano da tanti anni.»

— Prof. Dr. Marco Paret

Il ciclo delle tre crisi

Una domanda che ci fanno spesso è: quante crisi servono? La risposta è: dipende. Più spesso vediamo cicli di tre crisi: prima una grande, poi una più piccola, infine una ancora più piccola. Il corpo scende in profondità per gradi. Questo processo segue la teoria polivagale. Il sistema nervoso autonomo gestisce la sicurezza. Il ramo ventrale favorisce la calma e il contatto. Il ramo dorsale provoca il blocco o lo shutdown. Il sistema simpatico attiva la lotta o la fuga. Ogni crisi scende un livello: prima il ronzio, poi il freddo, poi il peso. La persona sente un ronzio nelle orecchie, poi nota il freddo alle mani, infine avverte il peso sul petto: è il terzo segnale. Noi osserviamo questi passaggi con attenzione e accompagniamo.

  • La prima crisi, la più grande: rompe il blocco principale.
  • La seconda, più piccola: lavora a un livello più profondo.
  • La terza, più lieve ancora: toglie i detriti rimasti, come il corpo che procede per strati.

Dopo una crisi, la persona è spesso calma e rilassata, a volte sorpresa: c’è un vuoto buono, come se un peso fosse stato posato. Nei giorni successivi non servono grandi gesti: la vita si trasforma da sola, come se il sistema nervoso autonomo ritrovasse il suo passo. Noi diciamo sempre ai nostri allievi: non inventatevi nulla, non forzate nulla. La crisi ha già fatto il suo lavoro. La persona può notare che certe cose non la toccano più come prima, che ha più energia, che dorme meglio, che le relazioni migliorano. Questo avviene perché il corpo si è liberato di un peso, più che per una nuova comprensione.

Lasciate che il corpo si assesti. Non riempite subito quello spazio. La trasformazione avviene da sola. Il nostro compito è essere presenti. Quando il dorsale domina, il corpo si blocca, le spalle si accasciano e le mani diventano fredde. Quando il ventrale è attivo, sentiamo sicurezza, la voce si abbassa e il respiro si allarga nel petto. Noi restiamo in osservazione. Chi ha il problema vive il suo processo. Non forziamo nulla. La presenza basta.

E dopo? Non servono protocolli complicati. «La crisi è già una reazione naturale. Non c’è bisogno di fare grandi cose nei giorni successivi, tranne osservare come la vita incomincia a cambiare» (Prof. Dr. Paret). Nei giorni seguenti si notano spesso piccoli cambiamenti: un sonno più profondo, una pazienza nuova, più energia.

Sicurezza e limiti

Una delle paure più comuni è: e se la crisi va male? Noi abbiamo una posizione chiara su questo. La crisi di per sé stessa è una liberazione, quindi la crisi esce sempre bene. Non esiste una crisi “sbagliata”. Può accadere che la persona non entri in crisi, e per questo abbiamo sviluppato tecniche specifiche. Per questo abbiamo elaborato tecniche e protocolli per facilitare l’accesso alla crisi.

Il nostro campo

Il nostro campo è il benessere e il rilascio.

Ambito di pratica

La crisi mesmerica non è una terapia medica e non si sostituisce a diagnosi o cure. Opera sul piano del rilascio corporeo e della crescita personale: crea le condizioni perché l’organismo ritrovi da sé il proprio equilibrio, su un piano diverso e complementare rispetto a quello sanitario.

Cosa non può fare

Non cura malattie, non interrompe né modifica terapie in corso, non promette risultati. Per ogni condizione medica o psicologica il riferimento resta il professionista sanitario; questo lavoro può al più affiancarsi, mai sostituirsi.

Accanto alla crisi lavoriamo con Arkeos, il direttore interno: una parte intima di noi che vive nel corpo e ne governa l’equilibrio. È un lavoro che merita una pagina propria, e la trovate qui: Arkeos, il direttore interno.

Cosa aspettarsi da una seduta

Una seduta di crisi mesmerica è un’esperienza guidata. Chi conduce porta la persona in uno stato di rilassamento profondo, con tecniche di fascinazione e di presenza. Può durare da pochi minuti a circa un’ora, secondo le esigenze.

Il numero di incontri è variabile: alcune persone traggono beneficio da una singola seduta, altre scelgono di approfondire con un ciclo di tre incontri, coerente con il ciclo delle tre crisi descritto sopra. Durante la seduta chi conduce osserva e accompagna il rilascio — tremori, respiro profondo, pianto o movimenti involontari — e al termine si dedica un tempo a integrare l’esperienza.

Il percorso di formazione

Noi insegniamo queste tecniche da anni, e abbiamo visto allievi trasformarsi in operatori capaci e sicuri. Il percorso richiede pratica e dedizione, con le mani che si scaldano a ogni esercizio ripetuto. Se sentite che questo è il vostro cammino, potete iniziare leggendo come si applicano i passi magnetici.

Il nostro approccio è pratico, diretto, radicato nell’esperienza. Andiamo dritti al punto: il corpo, il rilascio, la liberazione. Il rilascio è un movimento che parte da dentro, con le gambe che si muovono da sole; la liberazione è un peso che cade, con le spalle che scendono e il respiro che si allarga. Lo facciamo con il rigore di chi ha alle spalle anni di studio, e il Prof. Dr. Paret ha sviluppato un metodo che unisce la tradizione mesmerica alle più moderne scoperte nel campo della neurofisiologia.

I corsi dell’Université Européenne sono la trasmissione diretta della nostra genealogia mesmerica, da Mesmer a Torrizzano. Nei corsi si impara la fascinazione come tecnica precisa, attraverso sguardo, presenza e protocollo. Chi partecipa impara i tre sistemi per accelerare il magnetismo e i protocolli esclusivi della crisi mesmerica. Noi formiamo gli eredi di questa scuola.

Perché questo lavoro esiste oggi

Lo stato di fascinazione venne descritto dai magnetisti fra Ottocento e primo Novecento, e con Donato conobbe la sua stagione più nota. Poi, per quasi un secolo, di quello stato non parlò quasi più nessuno.

Il Prof. Dr. Marco Paret lo ha ripreso e rimesso al centro della ricerca. Attraverso Virgilio Torrizzano, allievo della linea che discende da Donato, e attraverso il lavoro del Maestro Erminio Di Pisa, ha ricostruito il metodo dalle fonti, ha rintracciato in prima persona chi conservava memoria di Donato nella sua città, e ha riportato la fascinazione dentro una pratica viva.

Da lì è nato un campo di ricerca che prima non esisteva: quasi sempre la stessa tecnica, eseguita senza fascinazione, non dà risultato; con lo sguardo, la medesima tecnica agisce in profondità. È l’osservazione che ha aperto la strada al lavoro di oggi, insegnato nei corsi dell’Université Européenne in tutto il mondo e portato in congressi e sedi accademiche.

Domande frequenti

1. La crisi mesmerica è pericolosa?

La crisi è una liberazione, come dice il Prof. Dr. Paret: «la crisi di per sé stessa è una liberazione». Il pericolo è non entrarci: rimanere bloccati è il vero problema. Noi abbiamo protocolli precisi e curiamo la sicurezza in ogni fase, perché il corpo sa quando deve reagire: un tremore, un nodo alla gola, un respiro che si ferma sono segnali che ascoltiamo con attenzione. Li guidiamo con calma, e la tensione trova una via d’uscita. E alla fine arriva il sollievo.

2. Quanto dura una seduta?

Dipende dalla persona e dalla profondità del lavoro: una seduta di crisi mesmerica può durare da pochi minuti a circa un’ora. La crisi non si programma, si accompagna: noi restiamo presenti, senza fretta, finché la tensione trova la sua via d’uscita.

3. Devo raccontare i miei problemi?

Nel nostro lavoro le parole passano in secondo piano. Il trauma risiede nel corpo, e il corpo conosce già la via per liberarsene. Sviluppiamo una fiducia silenziosa: il movimento parla da sé. Lasciamo che la fisicità si esprima senza forzature. Come insegna il Prof. Dr. Paret, «parlare di certe cose può solo peggiorarle». Il corpo riceve il permesso di fare ciò che sa fare, e vediamo persone cambiare espressione, postura, energia in pochi minuti.

4. Quante sedute servono?

Il corpo va in profondità per gradi. A volte una sola crisi è sufficiente a smuovere qualcosa di antico. Più spesso vediamo cicli di tre crisi, e osserviamo senza forzare la mano. La cosa più bella è vedere il cambiamento: la vita della persona si trasforma da sola, come se il sistema nervoso autonomo ritrovasse il suo passo. La teoria polivagale offre una chiave di lettura: ogni crisi scende un livello più profondo. Il nostro ruolo è solo presenza; la persona ritrova la sua direzione. Ecco il ritmo.

Note e riferimenti scientifici

Riferimenti e chiavi di lettura

Il nostro lavoro si ispira a diverse correnti di pensiero. La teoria polivagale di Stephen Porges offre una chiave di lettura utile per comprendere i meccanismi del blocco e del rilascio — ma, come dice il Prof. Paret, è una chiave parziale: la pratica mesmerica eccede la teoria, e i risultati superano quanto essa da sola può spiegare.

Il corpo elabora le emozioni anche senza controllo cosciente: lo studio di Walker e van der Helm (2009) sul sonno e la memoria emotiva supporta questa intuizione[2]. Per questo il rilascio fisico è una via privilegiata di trasformazione: prima il corpo, poi la mente segue.

Per approfondire gli stati che accompagnano questo lavoro — catalessi, sonnambulismo, letargia — trovate materiale prezioso nell’articolo sugli stati dell’ipnosi non verbale.

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