Molte persone si portano addosso un peso da anni, a volte da una vita intera. Lo si vede nelle spalle contratte, nella gola che si chiude, in quella tensione sorda che accompagna ogni giornata. Il corpo si è irrigidito per proteggersi, e ha dimenticato come si fa a lasciarlo andare: ora, fermarsi a sentire quel punto di tensione è il primo passo perché il rilascio avvenga spontaneamente. Un segno che si osserva: agitazione motoria, che può essere collegato a temperamento aggressivo, insofferenza, difficoltà di autocontrollo[20].
Nel nostro lavoro incontriamo ogni giorno persone che arrivano con questa corazza invisibile.
Una tensione alla spalla che non passa, un nodo allo stomaco che torna ogni volta che si ripens Un segno che si osserva: corpo immobilizzato, che può essere collegato a … stress intenso e a un tentativo di controllo in una situazione percepita come minacciosa.[21].a a una certa conversazione, una stanchezza sorda che nessun esame spiega fino in fondo: sono i blocc Un segno che si osserva: battito cardiaco rallentato, che può essere collegato a calma e rilascio[22].hi che portiamo con noi da anni, a volte da decenni. È a questi blocchi che la crisi mesmerica si rivolge.
Che cos’è la crisi mesmerica
La crisi mesmerica è una tecnica che permette di affrontare problemi che una persona porta con sé da anni, attraverso il rilascio fisico. Nella Scuola del Prof. Dr. Paret è insegnata come un processo preciso e profondo, che permette veramente di liberare.
Come mai la reazione fisica può dare questi risultati? Usiamo la lente della teoria polivagale[1].
«Il sistema nervoso valuta continuamente il rischio nell’ambiente senza che ne siamo consapevoli: è ciò che chiamo neurocezione.»
— Porges S. W., The Polyvagal Theory, W. W. Norton, New York 2011[4]
Ognuno di noi ha un sistema nervoso autonomo, che gestisce la Un segno che si osserva: divisione corporea, che può essere collegato a chiusura e blocco emotivo[23]. sicurezza e il pericolo. Quando viviamo un’esperienza troppo grande, il sistema si blocca. Il respiro si fa corto. Le spalle si irrigidiscono. Questa reazione è gestita dal ramo dorsale, il più antico e profondo. Il corpo dice: “Fermo tutto, adesso sentire è troppo”. La gola si chiude. Una fascia continua stringe il petto e la mandibola. Ma il ritmo esiste ancora, solo che è coperto. Che cosa possiamo fare noi? Accompagniamo quel segnale a Un segno che si osserva: inclinazione della testa a sinistra, che può essere collegato a immaginazione, introspezione, interesse, calma[24]. farsi sentire, creando le condizioni perché il corpo riprenda il suo ritmo naturale.
«La sicurezza non è l’assenza di minaccia: è la presenza di connessione.»
— Dana D., The Polyvagal Theory in Therapy, W. W. Norton, New York 2018[6]
Per questo è necessaria l’ipnosi, e soprattutto l’ipnosi non verbale, che lavora sul corpo. Tramite l’ipnosi riduciamo il controllo riflessivo e la censura razionale: la mente razionale smette di controllare, e il corpo finalmente fa ciò che sa fare — le spalle scendono, il respiro si allarga, e la calma arriva spontaneamente, senza sforzo.
Perché le parole da sole non bastano
nelle cose profonde
Nel nostro lavoro le parole servono a orientare, a spiegare, a dare fiducia prima di cominciare.
Quando la ferita è profonda, raccontarla significa riviverla: il petto si stringe, le mani si chiudono a pugno. Per questo non chiediamo il racconto. Mentre la voce racconta, il corpo rivive la scena: il respiro si accorcia, la gola si stringe. Più il racconto si ripete, più quella traccia si scava.
Per questo partiamo invece dal corpo. Il corpo è la base del nostro lavoro: il blocco si è formato lì, e lì si scioglie.
Pensateci: quando una persona racconta un episodio doloroso, paura, rabbia, tristezza tornano a galla. Cento racconti, cento irrigidimenti. Le parole possono diventare una gabbia.
Nelle cose profonde, dobbiamo andare sul non verbale. Il nostro approccio è utile anche a medici, psicologi e a molte professioni di aiuto: il vantaggio è avere uno strumento in più, il beneficio è accompagnare i propri pazienti oltre le parole, verso un rilascio profondo e duraturo. Il sistema nervoso autonomo gestisce le risposte: il ramo ventrale favorisce connessione e calma, il dorsale porta all’immobilizzazione, il simpatico attiva la difesa. Noi usiamo il corpo per riattivare il ramo ventrale, quello della calma. Così la persona ritrova sicurezza e presenza.
E allora, che cosa resta quando il corpo si è chiuso?
Il ruolo della fascinazione
Come si riapre quel varco? La fascinazione è uno stato particolare, che facilita il nostro lavoro: gli occhi si fanno vitrei, il respiro rallenta — e portare attenzione a questo stato conduce la persona in una ricettività profonda, dove ogni tensione si dissolve senza sforzo. Portare attenzione allo sguardo e alla mente conduce la persona in una profonda ricettività. Da qui nascono le tecniche di fascinazione che insegniamo. La teoria polivagale descrive tre risposte: ventrale, simpatica e dorsale. Da quando la usiamo osserviamo come il corpo risponde da solo: prima c’era tensione, dopo c’è presenza — e questo cambiamento avviene spontaneamente, senza doverlo imporre. più crisi, riducendo la censura razionale e rendendo la persona più libera. La fascinazione può amplificare le crisi. Noi riduciamo il controllo riflessivo e la censura razionale. La persona si libera. Il corpo risponde prima della mente: un tremore sale dalle mani, le spalle si abbassano. Un tremore sale dalle mani. La voce cambia. Le lacrime arrivano senza preavviso. Poi il respiro si fa profondo. In quel momento la reazione arriva da sola, senza parole. LLa censura tace. Il controllo cede. E la persona si lascia andare. Il corpo riceve il permesso di fare ciò che sa fare, e le mani tremano da sole. Il respiro può allargarsi senza sforzo, le spalle possono scendere, un calore può salire lungo la schiena. Prima di iniziare, la liberazione sembrava un traguardo lontano. Dopo che la persona entra in questo stato, in pochi istanti avviene la liberazione totale: una trasformazione completa, e vediamo cambiare espressione, postura, energia in pochi minuti. Il viso si distende facilmente, gli occhi tornano lucidi da soli. Risultati sorprendenti, e la persona si sente finalmente leggera e presente.«Poi può avvenire anche in pochi istanti la liberazione totale, e questa liberazione totale rappresenta una trasformazione totale per la persona.»— Prof. Dr. Marco Paret, insegnamento orale
Il magnetismo di cui la crisi è la manifestazione visibile ha in realtà due forme, una fisiologica e una relazionale: le approfondiamo in Le due forme del magnetismo. Che cosa accade nel corpo, dopo la catalessi
Per capire la crisi, parliamo di ciò che viene prima: nella mappa polivagale, la crisi segue uno stato di catalessi, un blocco in cui il corpo appare congelato e immobile. Le mani restano ferme, il respiro diventa superficiale, gli occhi sono fissi e le spalle si contraggono verso l’alto. Questo blocco rappresenta il vissuto accumulato, e si sente come una pressione nel petto e nella gola. Il sistema nervoso autonomo attiva il ramo dorsale, che governa lo spegnimento: è una risposta di conservazione. Il ramo ventrale regola la connessione, è il circuito della sicurezza, e quando manca subentra il congelamento. Il sistema simpatico prepara alla fuga, ma qui non c’è via d’uscita, così il corpo sceglie l’immobilità: i muscoli si fanno pesanti, le gambe cedono. La teoria polivagale offre una chiave di lettura per questa sequenza: il blocco protegge, non è debolezza, è sopravvivenza. Il nostro lavoro osserva questi segnali, mentre la persona vive la catalessi come un muro: il respiro si ferma, le mani si serrano. Prima di intervenire, osserviamo; dopo, la persona riconosce il passaggio e la crisi può arrivare come una liberazione. Noi la aiutiamo a riconoscere il passaggio, perché la crisi arriva naturalmente dopo quel silenzio, quando il corpo cerca una via di scarico e la trova da solo.
«L’immobilizzazione può avvenire in sicurezza, senza paura: è la condizione dell’intimità e della guarigione.»
— Porges S. W., The pocket guide to the polyvagal theory, W. W. Norton, New York 2017[5]
Noi vediamo la catalessi come rappresentazione del problema, mentre la crisi è la rappresentazione della soluzione: il corpo rivive il blocco, ma questa volta lo attraversa e lo supera. L’antecedente è chiaro. È un processo fisiologico e naturale, e noi creiamo solo le condizioni perché avvenga; il corpo fa il resto, cioè il respiro si allarga da solo e le gambe iniziano a muoversi senza un comando volontario. Nella crisi, il ramo ventrale riprende il controllo e la sicurezza torna, cioè il battito rallenta e la mandibola si rilascia, mentre il corpo scarica la tensione in modo sicuro, con un tremore che sale dalle braccia e si esaurisce da sé. Noi non forziamo nulla. Offriamo uno spazio protetto, cioè un luogo dove il pianto può arrivare senza essere fermato e il calore può salire fino alle mani.
«Di casi ce ne sono tanti: persone che raccontano vicende che non possiamo menzionare, e che a un certo punto si liberano da pesi che tenevano da tanti anni.»
— Prof. Dr. Marco Paret
Il ciclo delle tre crisi
Una domanda che ci fanno spesso è: quante crisi servono? Dipende, e vediamo spesso cicli di tre crisi: prima una grande, poi una più piccola, infine una ancora più piccola, perché il corpo scende in profondità per gradi, e ogni crisi lascia la persona più leggera e più libera. Questo processo segue la teoria polivagale: il ramo ventrale favorisce la calma e il contatto, il ramo dorsale provoca il blocco o lo shutdown, il sistema simpatico attiva la lotta o la fuga. Ogni crisi scende un livello. Prima il ronzio, poi il freddo, poi il peso. La persona sente un ronzio, poi freddo alle mani, infine peso sul petto: è il terzo segnale. Noi osserviamo questi passaggi con attenzione e accompagniamo la persona.
- La prima crisi, la più grande: rompe il blocco principale.
- La seconda, più piccola: lavora a un livello più profondo.
- La terza, più lieve ancora: toglie i detriti rimasti, come il corpo che procede per strati.
Dopo una crisi, la persona è spesso calma e rilassata, a volte sorpresa: c’è un vuoto buono, come se un peso fosse stato posato. Nei giorni successivi non servono grandi gesti: la vita si trasforma da sola, come se il sistema nervoso autonomo ritrovasse il suo passo. Noi diciamo sempre ai nostri allievi: non inventatevi nulla, non forzate nulla. La crisi ha già fatto il suo lavoro. La persona può notare che certe cose non la toccano più come prima, che ha più energia, che dorme meglio, che le relazioni migliorano. Questo avviene perché il corpo si è liberato di un peso, più che per una nuova comprensione.
Lasciate che il corpo si assesti, senza riempire subito quello spazio: la trasformazione avviene da sola, e il nostro compito è semplicemente essere presenti. Quando il ramo dorsale domina, il corpo si blocca, le spalle si accasciano e le mani diventano fredde. Quando il ramo ventrale è attivo, sentiamo sicurezza, le mani si aprono, la voce si abbassa e il respiro si allarga nel petto. Noi restiamo in osservazione, mentre chi ha il problema vive il suo processo. Non forziamo nulla: la presenza basta.
E dopo? Non servono protocolli complicati, perché «la crisi è già una reazione naturale»: basta osservare come la vita incomincia a cambiare (Prof. Dr. Paret). Questo è il vantaggio più grande: la trasformazione avviene facilmente, senza sforzo, e il beneficio è una vita che si alleggerisce da sola. Nei giorni seguenti si notano spesso piccoli cambiamenti, e il corpo risponde con un ritmo tutto suo. Un sonno più profondo. Una pazienza nuova. Più energia.
Sicurezza e limiti
Una delle paure più comuni è: e se la crisi va male? Abbiamo una posizione chiara su questo. La crisi di per sé stessa è una liberazione, quindi la crisi esce sempre bene. Non esiste una crisi “sbagliata”. Osservare come questa consapevolezza porta subito sollievo: la paura si scioglie da sola. Può accadere che la persona non entri in crisi, e per questo abbiamo sviluppato tecniche specifiche. Per questo abbiamo sviluppato tecniche e protocolli che facilitano l’accesso alla crisi. Il nostro campo
Il nostro campo è il benessere e il rilascio corporeo.
Ambito di pratica
La crisi mesmerica non è una terapia medica e non si sostituisce a diagnosi o cure. Opera sul piano del rilascio corporeo e della crescita personale: crea le condizioni perché l’organismo ritrovi da sé il proprio equilibrio, su un piano diverso e complementare rispetto a quello sanitario.
Cosa non può fare
Non cura malattie, non interrompe né modifica terapie in corso, non promette risultati. Per ogni condizione medica o psicologica il riferimento resta il professionista sanitario; questo lavoro può al più affiancarsi, mai sostituirsi.
Accanto alla crisi lavoriamo con Arkeos, il direttore interno. È una parte intima di noi che vive nel corpo. Ne governa l’equilibrio. Questo lavoro merita una pagina propria. La trovate qui: Arkeos, il direttore interno.
Cosa aspettarsi da una seduta
Una seduta di crisi mesmerica è un’esperienza guidata. Chi conduce porta la persona in uno stato di rilassamento profondo, cioè il respiro si allarga da solo e le spalle scendono verso il basso, con tecniche di fascinazione e di presenza. Può durare da pochi minuti a circa un’ora, secondo le esigenze, cioè il corpo sceglie il suo tempo e si ferma quando il tremore delle mani si placa.
Il numero di incontri è variabile: alcune persone traggono beneficio da una singola seduta, mentre altre scelgono di approfondire con un ciclo di tre incontri, coerente con le tre crisi descritte sopra. Durante la seduta, chi conduce osserva e accompagna il rilascio. Compaiono tremori, respiro profondo, pianto o movimenti involontari. Questi segnali indicano l’attivazione del ramo ventrale del sistema nervoso autonomo, che gestisce la sicurezza e la connessione sociale. Al termine, si dedica un tempo a integrare l’esperienza. Fermarsi a sentire cosa è successo, e osservare come il corpo ha trovato la sua via, rende l’integrazione spontanea e profonda.
Il percorso di formazione
Noi insegniamo queste tecniche da anni, e abbiamo visto allievi trasformarsi in operatori capaci e sicuri. Il percorso richiede pratica e dedizione, con le mani che si scaldano a ogni esercizio ripetuto. Se sentite che questo è il vostro cammino, potete iniziare leggendo come si applicano i passi magnetici.
Il nostro approccio è pratico, diretto, radicato nell’esperienza. Andiamo dritti al punto: corpo, rilascio, liberazione. Il rilascio è un movimento che parte da dentro, le gambe si muovono da sole, e la liberazione è un peso che cade mentre le spalle scendono e il respiro si allarga. Questo è il vantaggio immediato: il corpo ritrova la sua leggerezza, e voi vi sentite finalmente liberi. Il Prof. Dr. Paret ha sviluppato un metodo che unisce la tradizione mesmerica alla neurofisiologia moderna. La teoria polivagale ne è la base: il ramo ventrale gestisce la connessione sociale, il ramo dorsale governa lo spegnimento, e il sistema simpatico attiva la lotta o fuga. Noi lavoriamo per riportare equilibrio tra questi rami. Chi ha il problema sente tensione cronica, il suo corpo resta in allarme. Il nostro metodo scioglie questo stato.
I corsi dell’Université Européenne sono la trasmissione diretta della nostra genealogia mesmerica, da Mesmer a Torrizzano. Nei corsi si impara la fascinazione come tecnica precisa, attraverso sguardo, presenza e protocollo. Chi partecipa impara i tre sistemi per accelerare il magnetismo e i protocolli esclusivi della crisi mesmerica. Noi formiamo gli eredi di questa scuola.
Perché questo lavoro esiste oggi
Lo stato di fascinazione venne descritto dai magnetisti fra Ottocento e primo Novecento, e con Donato conobbe la sua stagione più nota. Poi, per quasi un secolo, di quello stato non parlò più nessuno, e questa conoscenza rimase inattiva, in attesa di essere risvegliata.
Il Prof. Dr. Marco Paret lo ha ripreso e rimesso al centro della ricerca. Attraverso Virgilio Torrizzano, allievo della linea che discende da Donato, e attraverso il lavoro del Maestro Erminio Di Pisa, ha ricostruito il metodo dalle fonti, ha rintracciato la tradizione. Ha cercato in prima persona chi conservava memoria di Donato nella sua città, e ha riportato la fascinazione dentro una pratica viva. Lasciare che questa ricerca parli al vostro intuito, e osservare come la storia prende vita, rende tutto più reale e accessibile.
Da lì è nato un campo di ricerca che prima non esisteva: quasi sempre la stessa tecnica, eseguita senza fascinazione, non dà risultato; con lo sguardo, la medesima tecnica agisce in profondità. È l’osservazione che ha aperto la strada al lavoro di oggi, insegnato nei corsi dell’Université Européenne in tutto il mondo e portato in congressi e sedi accademiche.
La crisi mesmerica che insegnamo affonda le radici nella tradizione documentata, da Mesmer a Puységur, fino ai Maestri di Marco Paret. Siamo l’unica scuola che ha mantenuto vivo questo patrimonio, integrandolo con la teoria polivagale. Il lavoro sulla fascinazione, che parte dallo sguardo per raggiungere gli strati più profondi del sistema nervoso, è un patrimonio esclusivo: nessun’altra scuola lo insegna con questa precisione tecnica e genealogica.
Domande frequenti
La crisi è una liberazione, come dice il Prof. Dr. Paret: «la crisi di per sé stessa è una liberazione». Il pericolo può essere non entrarci: rimanere bloccati è spesso il vero problema. Noi abbiamo protocolli precisi e curiamo la sicurezza in ogni fase, perché il corpo sa quando deve reagire: un tremore, un nodo alla gola, un respiro che si ferma sono segnali che ascoltiamo con attenzione. Li guidiamo con calma, così la tensione trova una via d’uscita. E spesso alla fine arriva il sollievo.
Dipende dalla persona e dalla profondità del lavoro: una seduta di crisi mesmerica può durare da pochi minuti a circa un’ora. La crisi non si programma, si accompagna: noi restiamo presenti, senza fretta, finché la tensione trova una via d’uscita.
Nel nostro lavoro le parole passano in secondo piano. Il trauma risiede nel corpo, con un nodo alla gola e il respiro che si ferma, e il corpo conosce già la via per liberarsene. Sviluppiamo una fiducia silenziosa, con le spalle che si abbassano e il respiro che si allarga: il movimento parla da sé, e questo porta un beneficio immediato: sentirsi più leggeri e presenti, senza sforzo. Come insegna il Prof. Paret, «parlare di certe cose può solo peggiorarle». Il corpo riceve il permesso di esprimersi, e osserviamo cambiamenti di espressione, postura ed energia in pochi minuti.
Il corpo va in profondità per gradi, e a volte una sola crisi smuove qualcosa di antico: fermarsi a sentire cosa si muove, senza forzare, e lasciare che il processo si svolga da solo. Più spesso vediamo cicli di tre crisi, e osserviamo senza forzare la mano: prima si accumula la tensione, dopo arriva il rilascio, e il corpo trova il suo ritmo naturalmente. La cosa più bella è vedere il cambiamento: la vita della persona si trasforma da sola, mentre il sistema nervoso autonomo ritrova il suo passo, e questo è il vantaggio più grande: ritrovare energia e chiarezza senza sforzo. La teoria polivagale offre una chiave di lettura parziale, ma ogni crisi può scendere a un livello più profondo. Il nostro ruolo è di pura presenza, e la persona ritrova la propria direzione. Ecco il ritmo.
Note e riferimenti scientifici
Riferimenti e chiavi di lettura
La teoria polivagale di Stephen Porges offre una chiave di lettura utile per comprendere i meccanismi del blocco e del rilascio — ma, come dice il Prof. Paret, è una chiave parziale: la pratica mesmerica eccede la teoria, e i risultati superano quanto essa da sola può spiegare. Il corpo elabora le emozioni anche senza controllo cosciente, cioè le spalle si abbassano da sole mentre il respiro si allarga senza che si decida nulla: lo studio di Walker e van der Helm (2009) sul sonno e la memoria emotiva supporta questa intuizione[2], e questo è un vantaggio: potete fidarvi del processo, perché il corpo sa già cosa fare. Per questo il rilascio fisico è una via privilegiata di trasformazione, cioè le gambe iniziano a muoversi da sole e il tremore sale dalle mani fino alle braccia: prima il corpo, poi la mente lo segue.
Il corpo elabora le emozioni anche senza controllo cosciente: lo studio di Walker e van der Helm (2009) sul sonno e la memoria emotiva supporta questa intuizione[2]. Per questo il rilascio fisico è una via privilegiata di trasformazione: prima il corpo, poi la mente lo segue.
Per approfondire gli stati che accompagnano questo lavoro — catalessi, sonnambulismo, letargia — trovate materiale prezioso nell’articolo sugli stati dell’ipnosi non verbale.
Segni osservati — fonti
- Joseph Messinger, Le Langage des gestes / Le Verrouillage oculaire, 2009. Descrizione originale: «L’agitation motrice indique toujours un tempérament agressif. Une agitation qui se remarque souvent au niveau des jambes sans repos.»
- Joseph Messinger, Le Langage des gestes / Le Verrouillage oculaire, 2009. Descrizione originale: «surtout au niveau du visage tandis que le corps se fige»
- Stephen W. Porges, The Polyvagal Theory, 2011. Descrizione originale: «quietly makes you sense the heart rhythm and breathing slows down again.»
- Stephen W. Porges, The Polyvagal Theory, 2011. Descrizione originale: «He appears physically disconnected from his legs and pelvic, exposing a typical 'division' between his upper and lower body parts.»
- Joseph Messinger, Le Langage des gestes / Le Verrouillage oculaire, 2009. Descrizione originale: «Si la tête est inclinée à gauche, l’image de soi prime sur l’image publique.»
